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La Birra Artigianale, un giovane business dal profumo rivoluzionario

Nel Blog precedente abbiamo fatto un viaggio nel tempo per conoscere meglio la storia della birra, di secolo in secolo, di popolo in popolo siamo arrivati ai giorni d’oggi per conoscere meglio la “Birra Artigianale”.

In Italia c’è una legislazione chiara in materia di birra, con definizioni tecniche altrettanto esplicative, per lo Stato Italiano: “si definisce birra artigianale, la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e di microfiltrazione. Ai fini del presente comma si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza di utilizzo dei diritti di proprietà immateriale altrui e la cui produzione annua non superi 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di birra prodotte per conto di terzi.”

Quindi secondo la legge italiana, si può definire birra artigianale solo quella che rispetta tre criteri fondamentali:

Non deve essere pastorizzata o microfiltrata.

Deve essere prodotta da un birrificio indipendente.

Il birrificio non deve eccedere una produzione di 200.000 hl annui.

Superata la questione tecnico legale, la Birra Artigianale è pura poesia, è la bevanda che ti riporta al nostro viaggio nella storia e se pur “giovane “nel concetto di business ha in sé quel sapore di antico ed allo stesso tempo meravigliosamente attuale che solo l’atmosfera di un brew pub, o un micro-birrificio regalano attraverso quei profumi intensi che come uno schiaffo colpiscono tutti sensi.

In Italia sono presenti oltre 1000 marchi di birra artigianale, che sempre più stanno invadendo il mercato, con un seguito di fans non indifferente.

Sono diversi gli aspetti di queste birre che tanto affascinano, nell’elencarli in realtà si contraddicono tra loro, ma il bello dell’indipendenza e la capacità di mostrarsi unico ed effettivamente ogni realtà brassicola ha una sua identità chiara ed unica.

La base da cui si parte sono le materie prime di qualità, tutto però è nelle mani del mastro birraio, il vero alchimista nelle cui capacità si affida il futuro della bevanda.

Nelle credenze popolari di chi è solo un bevitore poco assiduo, le birre artigianali sono quelle di moda, troppo alcoliche, troppo aromatiche, troppo amare, insomma troppo tutto… non è vero, le caratteristiche cambiano da birrificio in birrificio, ci sono produzioni di bionde beverine quanto o più delle industriali, vocate ad una bevuta quotidiana, ci sono birre più strutturate come ci sono birre molto aromatiche e fruttate, le caratteristiche e peculiarità variano.

Oggi troviamo la carta delle birre artigianali anche in ristoranti stellati, questo la dice lunga sulla qualità e la versatilità di abbinamento, molto lontana dal classico “panino e birra” al quale siamo stati abituati fino a fine anni 90 inizi 2000.

Quando invece visitiamo un Brew Pub un senso di vertigini sale alla vista dell’immancabile lavagna su cui sono segnate le diverse varietà di birre proposte, facciamo un po’ di chiarezza di quelle definizioni così ostiche per i neofiti, almeno sugli stili birrai più noti, perché differentemente dovremmo scrivere un’enciclopedia e non un blog.

  • Pils – Pilsner – Pilsener

È uno degli stili dal gusto più “pulito”. La birra è chiara, molto luppolata, a volte speziata. È la birra rinfrescante per eccellenza e ha una buona carbonazione.

  • Bock

È lo stile in cui rientrano la Doppelbock, la Maibock (Helles), la Eisbock e la Bock tradizionale. La birra può essere sia chiara (Maibock) sia scura. In generale, ha un gusto molto maltato e rotondo, appena amaro. Ha un corpo medio-pieno e la carbonazione va da bassa a moderata.

  • Trappista

Non indica uno stile in senso stretto, ma il luogo in cui è fatta la birra, cioè all’interno di un monastero di monaci trappisti. Inoltre, per chiamare una birra trappista, l’intera produzione deve essere supervisionata dai monaci, e il ricavato dalla vendita utilizzato dall’Ordine per opere caritatevoli. Parente stretto della trappista è la birra d’abbazia, cioè una tipologia ampia che in origine definiva le birre prodotte nei monasteri belgi e olandesi. Oggi il rapporto con le abbazie spesso non esiste più e le birre sono prodotte con la concessione di una licenza rilasciata dall’abbazia stessa. In questo caso, “abbazia” è solo un marchio, ma esistono ancora esempi in cui con questo termine si garantisce il rispetto delle antiche ricette.

  • Strong Belgian Ale

Anche questo stile raggruppa diverse tipologie di birra, come Dubbel, Tripel, Belgian Strong Golden Ale, Belgian Strong Dark Ale. È difficile trovare caratteri comuni a queste birre, se non un ricco sapore di malto e di lieviti, aroma fruttato e luppolo praticamente inesistente (a parte per la Belgian Strong Golden Ale). Ha un corpo pieno e una carbonazione media.

  • Saison

È una specialità stagionale vallona, la cosiddetta “birra di marzo”, prodotta a fine inverno per salutare l’arrivo dei mesi caldi. È quindi un’altra birra rinfrescante, spesso con una nota citrica e un sapore fruttato. Generalmente chiara, l’aroma di malto è basso, la complessità è spesso data da luppolo, erbe e spezie. Corpo medio-leggero, carbonazione molto alta.

  • Weisse – Weizen

È una birra di frumento. Ha un color oro, con un aroma pulito e fresco. A questo stile appartengono le Hefeweizen, le Kristallweizen, le Dunkelweizen, le Weizenbock e le Berliner Weisse. I sentori classici sono di banana, chiodi di garofano, erbe e soprattutto agrumi.

  • Blanche – Witbier

Come dice il nome, è una birra chiara, opalescente. Spesso i birrifici usano il miele per aromatizzarla, oltre al coriandolo, agli agrumi e alle spezie. È una birra di composta da grano, orzo e avena, anche se alcuni usano il farro al posto dal grano. In alcuni esemplari è presente una punta di acidità lattica che si rivela rinfrescante e che deriva dalla fermentazione con il Lactobacillus.

  • IPA (Indian Pale Ale)

Le birre luppolate per eccellenza dall’amaro vigoroso, a volte bilanciato dal fruttato.

È uno stile molto richiesto (leggi, decisamente di moda) per cui molti birrai si sono cimentati in questo stile con punte di creatività notevoli. Da qui sono nate le Imperial IPA, le Black IPA, le Triple IPA e chissà cosa ci riserva ancora il futuro.

  • APA (American Pale Ale)

Chiare, fresche, moderatamente amare birre. È il corrispondente americano della Pale Ale inglese, prodotto con ingredienti made in USA (luppoli, malti, lieviti e acqua). Si sente il malto, si sente il luppolo – anche grazie al dry hopping – e si sentono anche gli agrumi. Il corpo medio-leggero e la carbonazione moderata rende (IMHO) questo stile uno tra i più beverini. La creatività dei mastri birrai dà il tocco finale e fa in modo che non ci si annoi mai. Pompelmo, ananas, fiori, arancio, mandarino, sentori erbacei, c’è di tutto.

  • Stout

Nera, a volte nerissima, la Stout è una tra le più complesse. Nello stile Stout rientrano molti sottostili, prevalgono l’orzo e il malto tostato sul luppolo, è moderatamente amara, a volte acida a causa dei grani torrefatti. Presenta gli aromi del caffè, del cacao, della liquirizia e ha un corpo pieno e cremoso. Alcuni sottostili: Sweet Stout, Milk Stout, Oyster Stout, Chocolate Stout, Imperial Stout, Oatmeal Stout.

  • Porter

Simile alla Stout ma meno strutturata, anche a causa della gradazione alcolica più bassa. È scura, ha un buon aroma di malto tostato, di caffè o di cioccolato, mentre i sentori del luppolo sono ridotti al minimo. Carbonazione bassa o moderata e corpo medio.

  • Lambic

Stile a fermentazione spontanea, il Lambic (e non la Lambic) dà vita a una famiglia di birre molto particolari. La prima caratteristica è l’acidità. Il Lambic tradizionale ha poca schiuma, un bel colore chiaro ed è molto dissetante. A questo stile appartengono: Lambic con aggiunta di frutta (Framboise, Kriek, acini d’uva…), Lambic tradizionale, Gueuze e Faro.

 

 



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